Impressioni sulla Thailandia

In attesa by © Valerio Bellone

La Thailandia, quella vera, distante dai resort turistici e dai tour, trekking e guide organizzate per turisti mordi, sporca e fuggi, è un paese difficile da raccontare e “meno bello” di quello che comunemente si sente dire.
Molti degli aspetti che la caratterizzano suscitano emozioni ed opinioni contrastanti e poco durature, perché ogni qual volta la si guarda da una prospettiva diversa l’idea su questo paese cambia.
Per un occidentale i thailandesi sono un popolo difficile da comprendere, non si capisce mai dove finisce il loro sorriso e comincia il loro disgusto per i Farang (così sono chiamati quelli dagli occhi non a mandorla).
Sicuramente è un paese che in alcuni momenti si ama, per l’emozioni forti che restituisce, ma in altre occasioni si odia per gli assurdi usi che gli impediscono di progredire verso una civiltà più pulita, meno ammalata e soprattutto meno inquinata. Un popolo fondamentalmente molto povero che vive nelle campagne e che manda i figli nelle città in cerca di sfortuna. Dato che nell’80% dei casi questi ragazzi/e, senza aver nessun titolo di studio utile, l’unica cosa che trovano è la prostituzione. Questo paese per più di vent’anni è stato frequentato principalmente da un “turismo” che a mio parere non ha fatto altro che distruggerlo, pur immettendo nel bene e nel male del denaro. Ma siccome la legge di mercato vuole che l’offerta accontenti la domanda, specialmente in un paese così povero e non esente da approfittatori, sfruttatori e schiavisti, ecco che la soluzione più ovvia è stata quella di offrire sesso a buon mercato per tutti i gusti, schiavizzando ragazze e ragazzi (talvolta appena adolescenti o ancora bambini) che vendendo il proprio corpo riescono a mantenere se stessi e mandare soldi alle famiglie. Ma questo è un argomento noto ai più, anche se non molti sanno che la maggior parte dei frequentatori di questo mercato del sesso sono, ad oggi, i civilizzatissimi tedeschi, inglesi, giapponesi, francesi ed australiani. Ovviamente esiste anche una clientela locale, ma che è comunque una piccola minoranza e che non possedendo mediamente la stessa quantità di denaro di un Farang è meno gradita.
Dopo questa dovuta e triste parentesi sull’inimmaginabile vita che certi esseri umani sono costretti ad avere, torno al motivo che mi ha spinto in Thailandia, ovvero cercare di comprendere questo popolo nel suo aspetto culturale più profondo. Impresa ardua, dato che non basterebbe una vita, da occidentale, per farlo. Mi sono dunque concentrato su degli aspetti meno noti, ma molto importanti, della vita dei thailandesi ed ho realizzato un reportage e due servizi fotografici di prossima pubblicazione, che presto svelerò dando ogni dettaglio.

Lo sguardo del bambino

John Morris, storico photo editor di LIFE, oggi novantaseienne, durante un’intervista racconta dei suoi fotografi: «Ho portato la loro attrezzatura e tenuto le luci. Li ho sostenuti quando le cose andavano male e festeggiati quando andavano bene. Li ho assunti e (di rado) licenziati. (…) Li ho accuditi quando erano feriti o ammalati. Li ho nutriti. A volte sepolti. (…) Li considero i miei bambini. Perché come i bambini guardano al mondo con curiosità e sorpresa. E per essere dove accadono le cose, sono spericolati. E spesso fanno anche capricci infantili».
Nella mia vita non ho mai letto nulla che mi abbia fatto sentire più compreso, nel bene e nel male, come in questa ultima considerazione. Mi ha commosso.
Ringrazio John Morris e tutti quei photo editor che hanno saputo capire, accogliere ed accudire quei bambini cresciuti, che spinti dalla passione, dallo stupore e dall’amore per il diverso e l’ignoto hanno contribuito a delineare e raccontare la storia del mondo in questi ultimi 150 anni, attraverso un’arte che più di ogni altra, sino ad oggi, è stata capace di guidare l’opinione pubblica sulle grandi e piccole tematiche sociali.
Noti e spesso sconosciuti testimoni “puri” o manipolatori dell’immagine, cacciatori del diverso o artisti introspettivi che ci lasciano pezzi di un mondo, diversamente invisibile ed inesistente per i posteri.

Strada verso la felicità

Le frasi che seguono sono appunti, personali momenti di riflessione, esperienze.

Bisogna cominciare ad amalgamare gli ingredienti da giovani, ritrovarsi accanto un saggio consigliere è una fortuna, viceversa non è mai troppo tardi per imparare.
Seguire sempre i propri sogni, mai il successo, il potere, il denaro. Una vita materialista non rende felici.
Perseguire uno scopo emozionante e commovente. Anche se questo farà avere una vita “modesta”, renderà spiriti liberi. Diversamente, inseguire il “successo”, la ricchezza e il “potere”, porterà solo insoddisfazione, tristezza e frustrazione.
Non basare la propria ricerca sul fatto che un determinato lavoro sia più “conveniente” di un altro, scegliere quello che appassiona. Solo così si può far respirare la propria anima.
Credere in quello che si è e che si sta facendo, non in quello che un sistema società ci impone di rappresentare.
Andare controcorrente se è necessario, seguire il fiume della propria vita. Assecondare la corrente del proprio fiume interiore, mai quella del sistema.
Vivere il mondo, non usarlo.
Essere umili. Amare e quindi rispettare la vita nelle sue varie forme.
Non approfittarsi di chi sembra più debole. Al contrario difenderlo, accoglierlo ed aiutarlo.
Condividere non accumulare.
Immedesimarsi in ogni forma di vita, anche in quella apparentemente più insignificante. Solo così si imparerà a rispettare la Vita.
Non avere fretta di giudicare, dare sempre un’altra possibilità.
Essere onesti e sinceri con se stessi e con gli altri.
Non incamminarsi mai sulla velenosa strada dell’odio e della vendetta. Non è appagante e porta solo ulteriore infelicità e dolore.
Tenere a distanza il sentimento dell’invidia. Amare quello che si è, non quello che gli altri possiedono. Essere non avere.
Imparare ad accettare che l’ignoto, la morte è un momento di passaggio della vita.
Comprendere ed accettare che non siamo tutti pronti per essere felici.

Fotografia Choc

La maggior parte delle fotografie qui raccolte al fine di sconvolgerci non ci fanno alcun effetto, appunto perché il fotografo si è sostituito troppo generosamente a noi nella formazione del suo soggetto: quasi sempre ha supercostruito l’orrore che ci presenta, aggiungendo al fatto, per contrasti o accostamenti, il linguaggio internazionale dell’orrore. (…) Ora nessuna di queste fotografie, troppo abili, riesce a toccarci.
Roland Barthes

Quello che scrive Barthes nel 1957 a proposito di una mostra di Fotografie-Choc alla galleria d’Orsay, trovo sia attuale e applicabile a molti dei reportage fotografici realizzati dalle più importanti firme del panorama foto-giornalistico d’oggi.
Nemmeno i grandi drammi della storia contemporanea sembrano salvarsi dagli stereotipi. Lo sguardo fotografico è sempre lo stesso, le immagini sono tutte uguali, i luoghi e i soggetti appaiono come appartenenti al medesimo tragico ed anonimo “spettacolo”.
La possibilità di vedere attraverso gli occhi del fotografo si perde, ci rimane soltanto la visione attraverso un gelido obbiettivo. L’immedesimazione viene a mancare, le fotografie non si interiorizzano, non fanno riflettere se non sul coraggio del fotografo che le ha scattate, poco importa se lo scatto è abilmente realizzato come a voler significare una testimonianza oggettiva priva di una ricerca stilistica, perchè in realtà nasconde solo un narcisismo di fondo.
Questo accade non perché la morte, le ferite, la perdita, indipendentemente da come ci raggiungano, siano comunque una tragedia e quindi visivamente simili, ma perché viviamo un’epoca nella quale l’importante è arraffare quanto più possibile, perché la morte è sempre vicina e se ci fermiamo a riflettere si rischia di perdere qualcosa, di non portare a casa qualche “meritato” trofeo.
Già trofei, è questo che sono. Concettualmente il professionista non si discosta dal fotografo della domenica che andando in viaggio in un luogo esotico, porterà a casa i suoi trofei visivi da mostrare alla famiglia: un monumento, un ghiacciaio, un animale selvatico.
La testa del leone, oggi, è la fotografia di un bambino mutilato, un corpo dilaniato, un cadavere incendiato. Migliaia di immagini che non raccontano nulla e si eliminano vicendevolmente dalla memoria storica dell’umanità, perché non genereranno comunque nessuno choc, ammesso sia questo l’importante, dato che uguali tra loro.
“Autorevoli” giurie di importanti riconoscimenti internazionali spronano e incoraggiano questo “genere” di fotografia a suon di premi per il migliore della classe, il più bravo a trovare sangue e morte. Sembra che la testimonianza non conti più, ma il testimone si e le fotografie lo confermano. Forse un plauso a chi ha dimostrato, con tanto di prove, di aver rischiato la vita sarebbe sufficiente. Ma non un premio, poiché l’obiettivo è fallito, non si è riusciti nell’importante impresa: far provare un momento di empatia a chi osserva.
Diventando le fotografie trofei di caccia, i fotografi non sono altro che cacciatori, talvolta persino bracconieri perché si spingono ove non è concesso. Oltre certi limiti non si testimonia nulla, si offende soltanto la dignità di chi è stato già abbondantemente umiliato.
Ma perché le uniche fotografie che oggi vengono globalmente riconosciute come scatti elitari sono tragicamente vuote, concettualmente piatte e spesso offensive?
Con la rivoluzione industriale l’umanità ha subito un’improvvisa e forte accelerata ed oggi, ad 86 anni dall’invenzione della televisione e a 22 da quella di internet, siamo i figli del mordi e fuggi. Mangiamo, parliamo, baciamo e persino amiamo velocemente. In questo panorama, come potrebbe mai essere immune il modo di guardare e quindi di fotografare? Non essendoci più il tempo per riflettere bisogna dare in pasto allo spettatore uno choc, un’immagine che attiri l’attenzione e venga ingurgitata e digerita entro lo spazio di un secondo. Non bisogna pensare ma solo sgranare gli occhi l’istante prima dell’inizio di uno spot pubblicitario.
Questo modo di comunicare dei mass media ci ha portati a sentire in modo stereotipato, dove per sentire non si intende l’ascolto attraverso il condotto uditivo ma quella sensazione interiore che abbiamo come summa dei nostri sensi e che comunemente definiamo come anima o cuore. Soffriamo e gioiamo tutti quanti per le medesime cose, i nostri sentimenti sono ormai globalizzati così come lo sguardo di taluni fotografi.

Virtual Cantieri Culturali alla Zisa

In attesa che a Palermo vi sia uno spazio libero ed aperto agli artisti, un luogo non monopolizzato da strani individui bramosi di intascare denaro pubblico… godiamoci VirtualZisa, al quale ho voluto dare un mio contributo e dal 21 Aprile al 14 Maggio 2011 sarà esposto il mio recente lavoro “Di passaggio“.

Augurandomi che un giorno, magari non lontano, la cultura e l’arte saranno finalmente sganciate dalla politica (oggi diventata sinonimo di partitica) e dall’ignorante clientelismo, che taglia le ali al libero pensiero, auguro a tutti una buona visione.

Per maggiori dettagli sul progetto Cantieri Culturali alla Zisa visitate anche: cantierizisa.it