La sorpresa nell’epoca della fotografia predigitale

FOTOGRAFIA PREDIGITALE: QUEL CHE A DISTANZA DI ANNI CI INCURIOSISCE DI UNA FOTO SENZA STORIA È SEMPRE IL RITRATTO DI QUALCUNO.




LA SCOPERTA

La cosa più entusiasmante nell’epoca della fotografia predigitale era, e rimane, l’effetto sorpresa. Questo non rappresenta esclusivamente, come nell’immaginario comune, il momento in cui si effettua lo sviluppo e successivamente la stampa dello scatto ma, più che altro, la forza di una fotografia di saltare inaspettatamente fuori da un cassetto a distanza di moltissimi anni. Basti pensare al caso creato attorno alla scoperta della, ormai ex sconosciuta, fotografa Vivian Maier.

Oggi il digitale ci da un contributo nel riportare alla luce le vecchie foto, ovvero la possibilità di restaurare, con maggior facilità di prima, matrici molto deteriorate.

Nello specifico è saltato fuori dal “mio cassetto” uno scatolino contenente alcune lastre a gelatina Bromuro d’Argento. Nella lastra che più mi ha incuriosito è impresso un uomo, in un classico ritratto del ‘900.

La lastra era abbastanza rovinata e nel restaurarla ho volutamente lasciato alcune parti “originali”, onde evitare di ricreare interamente la foto ridisegnandola.

IL PENSIERO

Chi è stato ritratto in questa foto? Non so chi sia l’uomo e poco mi importa. La nostra cultura ci spinge a credere che il nostro nome e cognome definisca chi siamo in una sorta di familismo amorale (concetto sociologico introdotto da Edward C. Banfield). Diamo molta importanza al nostro nome, al punto da scordare che è la nostra esistenza a nobilitare il nome che ci hanno dato e non certo il contrario. La gente “comune”, che non verrà certamente citata nei libri di storia, sarà la prima della quale si scorderà il nome e della quale rimarranno, al più, delle fotografie. Ma anche le foto di famiglia con il tempo svaniranno così come i nomi. Quello che rimarrà, come traccia reale del nostro passaggio senza firma, saranno le azioni che abbiamo compiuto e il valore che abbiamo dato al nostro tempo, ovvero la vera e importante eredità dell’essere umano, che non ha nulla a che fare con i beni economicamente “importanti”.

In base a come viviamo potremmo lasciare ferite profonde, oppure sollievo e speranze di cura per questo mondo e per chi lo vivrà dopo di noi.

Indipendentemente dal nostro percorso siamo tutti potenzialmente dei “medici”. Se ci prendiamo cura degli altri, attraverso il fare quotidiano, senza fini egoistici, allora ci spetta il titolo di guaritori. Viceversa, anche il più blasonato dei medici, nella migliore delle ipotesi verrà dimenticato e nella peggiore avrà lasciato solo ferite da risanare.

Tornando alla fotografia quindi non mi importa individuare il nome della persona ritratta, mi basta lo sguardo verso la fotocamera: una traccia visiva senza storia del passaggio di uno di noi. La storia createla voi.




 

Valerio Bellone, 27 gennaio 2018

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