FLUSSI

FLOWS
Photos and text ©Valerio Bellone
Year – 2009/2012

Railway stations are crossing and meeting places, between different social classes, ethnicities and cultures, populated by flows of people suspended in time. The windows of train create “still images”, as a sequence of frames in a film. Stories told with a face, an expression, an action; everything magically framed by the windows. A deceptively intimate dimension, which deprives the travelers of the own mask, at least for a moment.

Fotografie ©Valerio Bellone
Presentazione a cura di Giulia Scalia, Vito Bianco e Giorgio Giuliano
Anno – 2009/2012
 

Viaggiatori mirabili! Quali nobili storie
vi leggiamo negli occhi, profondi come flutti!

[…] Dite, che avete visto?
da “Il viaggio” di C. Baudelaire

Le stazioni ferroviarie sono simbolo della società contemporanea, di quei nonluoghi che Marc Augè definisce come prodotti della “surmodernità” e dell’eccesso, luoghi non identitari dove nessuno abita e vive, luoghi di passaggio, spesso senz’anima.
Proprio nelle stazioni di Berlino, della Sicilia e della Thailandia nasce e si sviluppa Flussi, un progetto fotografico realizzato da Valerio Bellone che, durante i suoi numerosi spostamenti, ha indagato la dimensione del viaggiatore.
All’interno delle stazioni, e in particolare dei treni, i passeggeri lasciano qualcosa di sé, del loro passaggio, caratterizzando e ribaltando l’idea della stazione come luogo neutro.
Protagonista di Flussi è la gente comune: il pendolare, l’extracomunitario, la mamma con il bambino, l’impiegato delle ferrovie, lo studente fuorisede.
Il fotografo riesce a svelare la peculiarità di ogni individuo, oltre lo schema dell’omologazione contemporanea.
In quel momento di pausa, quando il treno è ancora fermo alla stazione, le persone si svelano, raccontando, grazie ai loro volti, agli oggetti che portano con sé, ai vestiti che indossano, la loro storia che, noi osservatori, possiamo soltanto immaginare o inventare. Qui emerge la complessità e la molteplicità dei ritratti che scorrono davanti ai nostri occhi poiché, come scrive Diego Mormorio, “in ogni ritratto è detto tutto, senza che nulla sia detto chiaramente”.
Il finestrino del treno si trasforma dunque in una quinta teatrale, facendo da cornice all’immagine e al soggetto ritratto. La fotografia diventa meta-fotografia.
La finestra, o la soglia, anch’essa metafora della fotografia, è un frame di una narrazione in progress. Il vagone, ai nostri occhi, si trasforma nella casa del viaggiatore, il luogo in cui ci si sente protetti, congelati in una dimensione ibrida che è a cavallo tra il viaggio e la pausa. Flussi, si riferisce quindi allo spostamento continuo dei viaggiatori ma anche alla natura della fotografia che sospende lo scorrere del tempo.
Scriveva Luigi Ghirri “quando apriamo una finestra e guardiamo fuori, è come la prima inquadratura, è l’apertura del nostro sguardo sul mondo. Funziona come il mirino della macchina fotografica, non c’è una grossa differenza”. Il finestrino del treno diventa un’ “inquadratura naturale” tramite cui il nostro sguardo è guidato e orientato. Lo sguardo del fotografo, curioso e voyeur, ci trascina in una carrellata di prospettive eterogenee che ci spingono continuamente a immaginare un altro angolo di mondo, come in una dialettica delle differenze.
Ogni fotografia è una storia diversa, un volto nuovo che ci parla attraverso uno sguardo diretto o attraverso un gesto, un sorriso, una fisionomia orientale o europea.
La fotografia di Valerio Bellone è tuttavia sempre estremamente ordinata e lineare. Ogni singolo scatto è pensato secondo un ordine specifico e la precisione con cui egli sceglie le inquadrature non è mai casuale. Anche nei suoi paesaggi la figura umana è spesso inserita in un ordine più ampio ed è introdotta in una parte laterale dell’inquadratura. L’immagine è come una pagina bianca all’interno della quale il fotografo sceglie come collocare tutti gli elementi. Questa ricerca di equilibri nella composizione fotografica si può riscontrare chiaramente in Flussi, una ricerca seriale, ripetitiva ma mai uguale a sé stessa che ci rimanda al linguaggio cinematografico, allo scorrere di inquadrature che potrebbero essere procrastinate all’infinito.

Giulia Scalia

 

NON PIÙ E NON ANCORA
di Vito Bianco

Nelle prime righe del testo di presentazione del fascicolo su Ferdinando Scianna uscito nella collana “I grandi fotografi” della Fabbri nella primavera del ’83, Leonardo Sciascia si chiedeva perché non è possibile scrivere di una mostra, di un album fotografico o persino di una sola fotografia senza “tentare di fare, o tout court facendo, tutto un discorso sulla fotografia”.
E poco più avanti – dopo aver notato che Roland Barthes per parlare di una sol fotografia (quella della madre bambina) ha sentito prima il bisogno di scrutinarne molte altre per poi prendere atto di non essere riuscito a scoprire “la Natura (l’eidos) della Fotografia” -, aggiunge: “E così accade sempre ad ogni persona diciamo ‘speculativa’ che si accosta alla fotografia, anche ad una sola con diffidenza o con amore”, volendo credo dire che proprio questa diffidenza o amore e, più in generale, la mancanza di vero distacco dall’immagine impressionata sono all’origine di questa pulsione ad andare oltre il singolo accadimento visivo per provare a trovare, attraverso il caso particolare e grazie a questo caso particolare, la sostanza prima che sta oltre il fenomeno, l’essenza immutabile a cui gli “accidenti”, gli scatti individuali necessariamente si riferiscono.
Ma perché questa pulsione non si manifesta in altri campi artistici come la pittura o il cinema? È probabile che la risposta abbia qualcosa a che fare con la vita presa in contropiede fissata per lo sguardo futuro che è la materia particolare con cui lavorano gli artisti del mirino. Nonostante tutto, e malgrado le malizie a cui siamo da tempo abituati, una fotografia conserva per noi un che di inaddomesticabile, di selvaggio, di perturbante.
È la vita vera che guardiamo tenendo tra le dita il rettangolo fotografico, ma nello stesso tempo non è la vita; è tempo morto, passato in giudicato. Ma è anche – non riusciamo a non credere – tempo che sembra continuare a sopravvivere nella forma inquietante dell’immobilità assoluta.
E in fondo non è che un’apoteosi un po’ ottusa ad andare in scena nell’interminabile sequela di catture visive che ad ogni istante si verificano dappertutto, come se l’unica salvezza possibile fosse affidata alle foto, che tradiscono la temporalità imbalsamandola in una posa. Di questa illusoria salvezza estetica sono testimonianza gli scatti di perfetta misura compositiva di Valerio Bellone, meritatamente premiati in Francia, la terra di Bresson, Atget e Kertesz.
Il set scelto dal giovane autore con vocazione al viaggio è quello classico e antico delle partenze; il luogo in cui il tempo si rapprende, trattiene il fiato prima di lasciarsi andare ad un doppio flusso: quello del sentimento interiore, che batte un metronomo unico; e poi l’altro del cronometro oggettivo che assonando con la velocità del mezzo di trasporto punta dritto verso la meta, il punto di arrivo dove il destino e le facce si perderanno per restare però per sempre in questi scatti di una semplicità disarmante.
Semplici e compositivamente ordinati; semplici ma pure semplicemente struggenti, perché ogni volto è una storia, un tempo, una memoria e una trama individuale di anni, affetti e dolori, che possiamo immaginare e ci riguardano. “La letteratura esiste perché una vita sola non basta” ha detto Pessoa, il grande miniaturista portoghese del desassossego, dell’inquietudine come modo di stare al mondo. O alla finestra, come pare che stiano gli uomini e le donne colti di sorpresa da Bellone, ad ognuno dei quali ha dedicato un quadro, un memento, un saluto o una rivelazione sul confine che separa la stasi dal movimento, il qui e ora dal “non ora, non qui”, il non più dal non ancora.

 

SINTONIE
di Giorgio Giuliano

È possibile, dopo un primo sguardo alle immagini che compongono questo percorso fotografico, pensare che il loro autore sia un principe del realismo, in grado di ritrarre limpidamente le forme empiriche e tangibili della realtà sociale.
Un osservatore attento, però, noterà presto che “Flussi” è un opera complessa e piena di sfaccettature, in grado di penetrare varie dimensioni.
L’artista non è animato da una semplice vocazione documentaristica, incentrata sulla mera riproduzione della realtà, al contrario l’essenza della sua opera andrebbe cercata in una sottile architettura evocativa. Il fotografo si immedesima in un personaggio che, a sua volta, osserva la realtà da lontano, attraverso una finestra, rimanendo straniato ed esterno ad essa.
La realtà esterna, che esiste al di fuori della finestra (dal punto di osservazione), rimane misteriosa e può essere percepita da chi osserva le fotografie soltanto attraverso un filtro, costituito dallo sguardo e dalle espressioni dei personaggi raffigurati.
L’autore sembra divenire, quindi, un narratore impersonale, che attraverso le espressioni dei suoi personaggi lambisce la realtà esterna ma non la inquadra, lasciandone inalterato l’intrinseco mistero.
Il lavoro di Valerio Bellone, che a prima vista può apparire semplicemente eterodiegetico, in quanto l’estetica impeccabile delle immagini potrebbe lasciar credere all’osservatore che l’artista rimanga estraneo alla realtà interiore delle persone fotografate e voglia solamente ritrarle, è invece profondamente omodiegetico: il fotografo si identifica con il soggetto immortalato ed attraverso la prospettiva di costui osserva il mondo.
Difficile, ammirando i volti ritratti dall’Autore, non ripensare a Gustave Flaubert, il quale riferendosi al suo più celebre romanzo proclamava “madame Bovary c’est moi”.

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