SURVIVORS

Photos and text ©Valerio Bellone
Year – 2013

DESCRIPTION
The Survivors photographic series revolves around this theme and the mass migration that takes place every year from Africa to Europe, using as the basis of landing the Sicily coasts.
The series of portraits give back faces to people that normally are told by the media only as a desperate and dangerous human river which is invading “our” quiet territories.
Faces that become a symbol of denied freedom to a peoples that does not have rights to travel abroad and flee from war, famine and misery.
Representative images of a sad chapter in our history at the beginning of the XXI century.

STORY
On September 27th, 2013, one of the many clandestine boats from Misurata, Libya, was intercepted off the Italian island of Lampedusa. On board there were 183 immigrants, 178 were men, many of them minors. 4 women and a 7 years old child. They came from the African countries: Eritrea, Gambia, Mali, Senegal, Sierra Leone, Somalia and Sudan. The same day, the migrants were transported in four holding centres in Piana degli Albanesi, a town close to Palermo.
The stories of these people are tragic. A boy kept on saying «In hell people are treated better than in Libya». Some of his african friends had advised him to go to Europe, because «it is a rich place, where people can save money to give a different future to their children».
So, every year, with this hope, thousands of people fleeing the war or poverty, risk their lives crossing the desert for several days on cars overflowing of persons, where «you must be able to withstand the load of the people you have above you, we took turns to stay under, but many of us have not survived».
Those who arrive alive in Libya, describe it like «a no man’s land, every one has a gun, even the children, often they shoot at your feet, just to have fun. In this way a friend of mine has died», and months of enslavement, imprisonment, torture and blackmail.
The ones who are stronger in mind or just the lucky ones, after about six months, are able to embark in Misurata to Italy for a cost of 800 dinars (about 640 USD). Thus, after the desert, refugees go against the sea on small boats, full of hope. If the boat does not sink, they arrive in Italy, in Lampedusa or along the south coast of Sicily. When they are intercepted by the Italian authorities, they are sent to migrant holding centre. At the beginning they are happy, they are alive and have the hope to move in northern Europe, really soon. But after a while the fear begins, they are afraid that the momentary holding centre will become a long imprisonment.
They covet freedom and want to work to send money in their home country to their family. «I cried when I heard of our brothers died at sea, but Libya is worse, believe me! I have a son, he is still in Sierra Leone. When I will be able to contact him, I will tell him to not come because to arrive in Europe he has to pass by Lybia: and death is better than Lybia!».
Each immigrant has a tragic story to tell, but Libya, «the Hell», will always remain in their memory. The others, the dead, are buried by desert sand or at the bottom of the sea. A sea of tears that are still visible in the eyes of those who are alive.

SOPRAVVISSUTI

Fotografie e testo introduttivo ©Valerio Bellone
Anno – 2013

DESCRIZIONE
La raccolta fotografica Survivors ruota attorno a questo tema e alla migrazione di massa che ogni anno avviene dall’Africa verso l’Europa, utilizzando come base d’approdo le coste della Sicilia.
Questa serie di ritratti restituisce un volto a persone che normalmente vengono raccontate dai media come un disperato e pericoloso fiume umano che invade i “nostri” tranquilli territori.
Volti che diventano simbolo di una libertà negata ad un popolo che non ha diritti in materia di espatrio e fugge da guerre, carestie e miseria.
Immagini rappresentative di un triste capitolo della nostra storia agli inizi del XXI secolo.

STORIA
Il 27 settembre 2013, una delle tante imbarcazioni clandestine provenienti da Misurata, in Libia, viene intercettata al largo dell’isola italiana di Lampedusa. A bordo ci sono 183 immigrati, 178 uomini, molti dei quali minorenni. 4 donne e un bambino di 7 anni. Provengono da svariati paesi africani: Eritrea, Gambia, Mali, Senegal, Sierra Leone, Somalia e Sudan. Lo stesso giorno i migranti vengono trasportati in quattro centri di accoglienza a Piana degli Albanesi, una cittadina nei pressi di Palermo.
Le storie di queste persone sono tragiche. Un ragazzo continua a dire «all’inferno le persone sono trattate meglio che in Libia». Alcuni dei suoi amici in Africa gli avevano consigliato di venire in Europa, perché «è un luogo ricco, dove le persone possono risparmiare i soldi per dare un futuro diverso ai propri figli».
Così, ogni anno, con questa speranza, migliaia di persone in fuga dalla guerra o dalla povertà, rischiano la vita attraversando il deserto per diversi giorni su carovane traboccanti di persone, in cui «si deve riuscire a sopportare il carico di quelli che hai sopra di te, abbiamo fatto a turno per chi stava sotto, ma molti di noi non sono sopravvissuti».
Chi arriva vivo in Libia, la descrive come «una terra di nessuno, ognuno ha una pistola, anche i bambini, talvolta ti sparano nei piedi, solo per divertirsi. In questo modo un mio amico è morto». Inoltre sono mesi di schiavitù, prigionia, tortura e ricatto.
Quelli psicologicamente più forti o solo i più fortunati, dopo circa sei mesi, sono in grado di imbarcarsi a Misurata per essere trasportati clandestinamente in Italia, ad un costo di 800 dinari (circa 640 dollari americani). Così, dopo il deserto, i rifugiati vanno verso il mare aperto su piccole imbarcazioni piene di speranza. Se la barca non affonda, arrivano in Italia, a Lampedusa o lungo le coste a sud dell’Italia. Quando vengono intercettati dalle autorità italiane vengono trasportati in centri di prima accoglienza. All’inizio sono contenti perché sono vivi e hanno la speranza di trasferirsi in svariate parti d’Europa. Ma dopo un po’ inizia la paura, i centri di prima accoglienza diventano centri di permanenza a tempo indeterminato come fossero delle prigioni prigioni.
Bramano la libertà e vogliono lavorare per inviare denaro nel paese d’origine alle proprie famiglie. «Ho pianto quando ho sentito dei nostri fratelli morti in mare, ma la Libia è peggio, credimi! Ho un figlio, lui è ancora in Sierra Leone. Quando sarò in grado di contattarlo, voglio dirgli di non venire perché per arrivare in Europa deve passare dalla Libia e la morte è meglio della Libia!».
Ogni migrante ha una storia personale da raccontare, ma la Libia, «l’inferno», rimarrà sempre nella loro memoria. Gli altri, i morti, sono sepolti dalla sabbia del deserto o sul fondo del mare. Un mare di lacrime che sono ancora visibili negli occhi di chi è arrivato vivo.

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