Qualche volta bisogna abbassare la fotocamera per vivere

TRA SENSO DELLA VITA E SOCIETÀ DEI SOCIAL NETWORK




La vita delle persone non è una notizia o un progetto in attesa di un narratore. L’idea contraria ha trasformato l’esistenza della gente in una sorta di spettacolo nel quale ognuno vuole essere il protagonista di una storia speciale in attesa di regia.
Questa spettacolarizzazione della vita – oltre a rendere più falso il sentire personale, perché si è indotti a recitare più che a vivere – crea nuove ossessioni, disagio interiore e insoddisfazione personale; un processo che contribuisce all’infelicità dell’uomo contemporaneo.
Spesso i fotografi mi raccontano di essere insoddisfatti perché non riescono a trovare un progetto, una storia “speciale” da confezionare, con la quale farsi notare.
Premesso che il fotografo fa fotografie e non progetti, mi sembra che la notorietà, nell’era del web, sia quanto di più anacronistico si possa perseguire. Inoltre vorrei capire in che modo “l’aver fama” possa realmente contribuire alla ricerca della felicità di un essere umano.
Nel nostro mondo la fama viene ricompensata con vari gradi di potere e questo viene confuso, in una realtà violenta e paradossale, come avvicinamento alla felicità. In verità la brama di potere e di fama fanno solo perdere il senso più genuino di umanità.
Le storie non si cercano ma s’incontrano vivendo, perchè non sono delle entità da trasformare in progetti. Non è una casualità se ogni volta che mettiamo da parte il nostro filtro, che sia la macchina fotografica, la videocamera o l’onnipresente smartphone, le storie arrivano. Quando siamo liberi dall’ossessionante filtro ottico che ci incatena, senza farci partecipare alla vita, con pienezza e presenza, tutto si allinea come per magia.
Bisognerebbe sempre ricordare che l’atto fotografico, anche se praticato nel modo più armonioso e sereno, è comunque un sacrificio. Siamo tutti dentro una storia, ma filtrandola rinunciamo in parte a viverla. Il fotografo sacrifica la propria per narrare quelle altrui, che a loro volta vengono catturate e interpretate, senza essere pienamente vissute.
La storia dell’uomo è fatta di interconnessioni tra individui passati, presenti e futuri. Non possiamo essere dei testimoni esterni alla vita, come astronauti che osservano il pianeta dall’alto, nella solitudine dello spazio. Ed invece il paradosso è che la fotografia aerea, in questo momento storico, sia al suo apice di partecipazione. Questa sorta di estraniazione che il fotografo contemporaneo mette in atto, trova il suo sfogo più ovvio nella creazione di immagini – non fotografie – che siano il più distaccate possibile dalla “realtà” del mondo. Qualcuno potrebbe dire, a tal proposito, che Google Maps sia stato il primo strumento ispiratore di questa società di “entomologi” che si spingono ad osservare la vita con “elevato” distacco, ma in verità già Nadar a metà ‘800 manifestava la sua curiosità e si cimentava con passione in questa possibilità fotografica, diventando il primo fotografo della storia a fare questo genere di scatti. Ma la fotografia aerea, che per Nadar era sperimentazione mossa da sana curiosità, oggi è diventata un rifugio nel quale trovare un ulteriore distacco dal mondo e dalla vita che lo popola. La paura ci invita a stare lontani da quell’umanità senza dimora e tutt’altro che saggia, capace di atti orribilmente inumani, ma tristemente umani. Ed una visione dall’alto rende tutto più semplice e patinato.
Però dovremmo domandarci: siamo sicuri che la mediazione messa in atto tra noi e la vita vera, attraverso gli strumenti che creiamo, sia una strada per la felicità? E questa ossessione individualista e visione del mondo fredda, non contribuiscono forse a peggiorare l’esistenza di tutti quanti?
Se provassimo ad abbassare, almeno qualche volta, la macchina fotografica e il nostro punto di vista, regalandoci la possibilità di conoscere davvero “l’estraneo”, sarebbe un piccolo passo per un mondo più vero e coeso. Dobbiamo re-imparare a incontrare gli altri attraverso un viaggio – vero, non virtuale – nella vita.
Prima di mitragliare qualcuno di fotografie, presupponendo che queste racconteranno attraverso un “progetto” la sua storia – magari drammatica o sbeffeggiante, perché è utile per avere audience -, che ci farà vincere un premio o strappare un applauso, forse sarebbe opportuno conoscere le persone. Si potrebbe scoprire che partecipando alla storia di qualcun altro – o alla propria -, diventando così veri protagonisti della vita, decada l’ossessione fotografica.
Dei milioni di foto/video-camera muniti che popolano la società dei social network, quanti sono intrappolati dentro un fotoromanzo, nel quale raccontare il nulla, e quanti sono realmente interessati alla propria esistenza e quella altrui?




Valerio Bellone, 11 Aprile 2016

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