Di tanto in tanto qualcuno torna a incriminare la post produzione fotografica digitale per come starebbe influenzando malevolmente la fotografia e mistificando la realtà.

Se esistesse una realtà oggettiva e univoca del mondo e di quel che viviamo, due fotografi nel medesimo luogo – che adoperano la stessa pellicola e macchina fotografica – catturerebbero sfumature di colore o luci e ombre di bianco e nero identiche. Ma sappiamo che così non è. La fotografia come documento non é mai stata prova assoluta di una qualche realtà, ma bensì il punto di vista del fotografo che cerca di addomesticare il mezzo tecnico cercando di adattarlo alle proprie necessità di linguaggio e narrative.

Alcuni esperimenti hanno recentemente dimostrato come popoli appartenenti a luoghi del mondo lontani, percepiscano tonalità differenti del colore a seconda delle proprie necessità e abitudini, avendo la capacità di vedere più, o meno, sfumature di un determinato colore o quasi nulla di un altro alla quale non attribuiscono un nome. Secondo il ricercatore Guy Deutscher, ogni lingua “dipinge” il mondo in modo diverso, e chi ne usa due cambia addirittura modo di pensare nel passare da un idioma all’altro. Questa é una dimostrazione incredibile: se un’oggettività non esiste nemmeno nella percezione del colore – come anche nel caso dei tetracromatici o dei daltonici –, men che mai sarà dimostrabile nella realtà degli eventi, che sono filtrati dal personale bagaglio esperienziale e culturale. Se questi dati li uniamo al fatto che la scelta di fotografare in bianco e nero é di per se una “falsificazione” del mondo, le invettive verso un software di fotoritocco come Photoshop si cominciano a sgretolare come un castello di sabbia. Discorso che non ha nulla a che fare con i dati tecnici sulla qualità del bianco e nero digitale non ancora all’altezza della pellicola.

Gli obiettivi, le pellicole o i sensori digitali, non sono in grado di emulare un occhio biologico e, nella mia personale esperienza, non mi é mai capitato che una macchina fotografica riuscisse a percepire il mondo così come lo stavo vedendo ad occhio nudo. Nel mio lavoro fotografico il software è intervenuto come strumento utile per riportare il più possibile la fotografia catturata a come percepivo il reale prima dello scatto o, nel caso del bianco e nero, a come avrei voluto vederlo. Quindi utilizzando il software come supporto nel racconto della mia realtà soggettiva e insindacabile.

Tutto questo non si contrappone a chi é affascinato dalla capacità di una fotocamera di mostrare dettagli che erano sfuggiti al momento dello scatto o all’alterazione involontaria che il mezzo tecnico produce rispetto a quel che vediamo. Le due ricerche possono coesistere.

Il vero terrore che proviamo di fronte alla tecnologia digitale risiede nell’impotenza che abbiamo rispetto ad una verità: le nostre foto, così come noi le abbiamo catturate e lavorate – indipendentemente che siano state manipolate in camera oscura o su un monitor – nel momento in cui finiranno nelle mani di qualcun altro, ci sarà una buona probabilità che vengano modificate o addirittura stravolte; ed il digitale facilità questo processo.

In questo senso indubbiamente la fotografia va discussa, perché bisogna capire se siamo pronti ad affrontare un mondo che sta cambiando le regole e che non crede più nell’immutabilità delle cose o che, addirittura, trova gusto nel mistificarle o trasfigurarle. Ma questo processo bisogna essere consapevoli che avviene indipendentemente dal fatto che si fotografi con una pellicola o grazie ad un sensore digitale. Anche la pellicola con il passare del tempo verrà digitalizzata e da quel momento in poi non ci sarà più via di scampo.

Interi archivi del passato, oggi digitalizzati per non perdere importanti memorie storiche, contengono milioni di fotografie restaurate in un processo di per se già alterante di una determinata realtà. Avendo presente questo, così come molti vantaggi che il digitale ha indubbiamente portato, é chiaro che il processo sia irreversibile. Allora come bisognerebbe porsi davanti a qualcosa di così inarrestabile? Come possiamo pensare di impedire che qualcuno alteri le nostre fotografie, così come le vorremmo consegnare ai posteri? Sicuramente la soluzione non è rifugiarsi nell’analogico, troppo spesso adoperato in modo snob per dichiarare: “io appartengo alla vecchia scuola e quindi sono un vero fotografo”; presunzione che talvolta cela l’incapacità di raccontare a prescindere dal mezzo adoperato, là dove é più facile nascondersi dietro l’errore fotografico su pellicola come escamotage “artistico”.

L’unica speranza che le proprie fotografie in futuro vengano rispettate, risiede nel racconto della vita, in una qualsiasi delle sue manifestazioni, compresa la morte. In presenza di un documento che mostri qualcosa di interessante, sarà molto difficile che a qualcuno venga in mente di stravolgerne il contenuto, se non per motivi legati ad un periodo storico propagandista. Ricordandosi che a tal proposito, spesso basta una semplice didascalia di accompagnamento per alterare la realtà raccontata su una determinata fotografia.

Diverso sarebbe se le polemiche createsi intorno al fotoritocco fossero una disquisizione riguardo la modifica volontaria del contenuto di una foto, ad esempio cancellando o aggiungendo elementi “importanti”. Ma staremmo ancora parlando di fotografia, come contenitore di informazioni di vita e futura storicizzazione che la rendono un documento? No, in realtà staremmo parlando di collage (oggi definito arte digitale) o fotografia concettuale, ovvero di temi ed idee nate ben prima dell’invenzione dei sensori digitali.

Se dietro la fotocamera c’è un narratore, la fotografia – quando non è strumento utile al prodotto commerciale o manipolata per motivi politici dai media – rimane un documento che fa da ponte visivo tra le generazioni. Quello che fa la differenza, indipendentemente che le foto siano digitali o su pellicola, é la forza narrativa, la capacità di raccontare un momento di vita da noi soggettivamente percepito.

© Valerio Bellone