Vi voglio raccontare qualcosa riguardo una delle idee più riverberate, contestate o osannate della storia della fotografia, ovvero il “cogliere l’attimo” di Cartier Bresson.

Chi mi conosce sa che non ho remore a dire quel che penso. E sicuramente non osanno per ruffianeria o demolisco per partito preso altri fotografi (a prescindere che siano umanamente poco stimabili). Mi limito a raccontare quello che ho imparato e cerco di condividerlo. Questo al fine di stimolare riflessioni nelle persone con percorsi diversi dal mio. Ad ogni modo quel che conosco è il risultato di osservazione, sensibilità personale, studio e tempo (tanto) passato tra le persone ed i loro variegati mondi… ma ora veniamo a Bresson.

Bresson, come qualsiasi altro essere dotato di capacità evolutiva, avrebbe attribuito in momenti diversi della propria esistenza un’importanza altrettanto diversa all’idea di “attimo”. Ma premesso questo, quale eredità ci lascia? Voglio avanzare la mia ipotesi su come avrebbe spiegato il concetto nella sua età più matura.

Cogliere l’attimo non ha nulla a che fare con il tirare fuori la macchina fotografica alla velocità di un pistolero del farwest – come alcuni banalmente credono -, così come sarebbe una stupidaggine pensare che si possa parlare di “attimo irripetibile” limitandosi al “culo” – come lo definisce qualche elegante signore.

Ci sono fotografie inutili (per davvero) che non raccontano nulla ma vengono spacciate come attimi e istanti interessanti, ma che alla lunga – ed in verità anche “alla corta” – risultano noiose. Poi esistono ovviamente le fotografie di attimi che sono il risultato della fortuna, tanto più oggi che il mondo è fotografato da ogni angolazione 24 ore al giorno. E difatti per trovare delle novità fotografiche la gente ormai fotografa anche il momento di espulsione dei propri bisogni fisiologici – attimi “colti” e sicuramente irripetibili.

Ma la verità per un Autore non sta nella fortuna e tanto meno nell’appostamento. C’è chi, come il grande Doisneau, si è costruito dei momenti unici con tanto di attori ed altri fotografi che hanno saputo vedere dove altre persone non sanno nemmeno guardare (parafrasando Nadar). Ma cosa significa saper vedere dove altri non sanno nemmeno guardare?

Significa che l’esperienza di un osservatore innamorato della vita nelle sue varie sfaccettature, è il risultato di una ricerca intensa che va oltre il visibile e che dona all’Autore la capacità di anticipare l’attimo fuggente. Quindi non è necessario fare ore di appostamenti – metodo valido innanzi a cornici naturali particolarmente interessanti – ma basta solo intuire quel che sta per accadere. E no, non è necessario avere la sfera di cristallo, perché è il sentire che fornisce questa propensione. Ovviamente non faccio riferimento al sentire dell’udito, perché non c’è super-orecchio che possa dare questa abilità predittiva.

Vi ricorda qualcosa: “È un’illusione che le foto si facciano con la macchina … si fanno con gli occhi, con il cuore, con la testa”? Bene, è davvero così! Solo l’unione della nostra parte empirica con il nostro sentire del cuore (anima, interiorità o come preferite chiamarla) può rendervi capaci di anticipare gli eventi.

Ricordo che qualche anno fa uno dei miei esercizi preferiti era fermarmi, senza macchina fotografica, in un luogo più o meno affollato ad osservare le persone. Nel farlo mi impegnavo a capire come si sarebbero mosse o cosa avrebbero fatto. L’esperimento, tranne in qualche caso raro, si dimostrava fallimentare, perché era un esercizio che cercava risposte nella vista vincolata alla parte razionale. Anni dopo mi ritrovai molto spesso a prevedere con “l’istinto” l’attimo irripetibile. Questo perché avevo semplicemente smesso di guardare attraverso un processo ragionato. Al contrario, vivendo i momenti con il cuore, la vita che mi circondava era più “prevedibile”.

Quello che provo a spiegare con difficoltà (perché le parole talvolta perdono potere sull’immaterialità del sentire) è il vivere con pienezza e presenza i vari attimi della nostra esistenza.

Quindi nulla di magico, solo esperienza nell’ascoltare la vita, invece di limitarsi a guardarla come un osservatore esterno. Un testimone freddo può fotografare – anche tecnicamente molto bene – con l’appostamento o grazie alla fortuna, mentre una persona sensibile coglie l’attimo.

Questo non significa che ci sia un modo univoco di fotografare ma soltanto che Bresson è uno dei fotografi più discussi e meno capiti – a mio parere – della storia. Il motivo è da ricercare nel fatto che di fotografi, critici ed intellettuali della fotografia è pieno il mondo, ma di gente sensibile il nostro secolo scarseggia parecchio. Motivo per il quale vengono attribuite spiegazioni spregiudicatamente razionaliste ad uomini dal lato fortemente interiore.

© Valerio Bellone