Fotografare in India è facile.. ne siamo certi?

29 August 2019
Fotografare in India è facile

Qualche volta mi imbatto in gallerie fotografiche di fotoamatori che mettono in risalto le fotografie realizzate in India. Quasi come se l’India fosse la palestra di ogni apprendista fotografo.

Fotografare in India è facile nel senso che le cose da notare (che saltano all’occhio) sono milioni. Ovvero tutta quella gamma di scene che per noi sono fuori dalla norma, rispetto a quello che siamo abituati a vedere giornalmente. Ma in realtà, proprio per questo motivo, fotografare in India è estremamente complesso. Andare oltre il banale, la superficie non è affatto semplice, in India come altrove.
Ricordo che una mia amica, che non era una fotografa e nemmeno aveva pretese di essere una semplice appassionata di fotografia, tornò dall’India con decine di fotografie “degne di nota”. Anche in quel caso con “degne di nota” intendo dire che aveva immortalato scene che destavano la nostra normale curiosità visiva.

Normalmente i fotografi che si recano in India, per portare a casa un po’ di trofei fotografici, tornano con la scheda di memoria piena di fotografie che potrebbero essere state fatte da Steve McCurry e molto spesso devo dire che sono fotografie “migliori” di quelle dello stesso McCurry. Ma c’è un “ma”. Tutte quelle foto prendono ispirazione da McCurry che è stato forse il fotografo (tra quelli conosciuti dai più) che per primo ha reso globalmente nota la vita da strada indiana.
In questo gioco di citazione fotografica continua, nel tentativo di costruire fotografie che superino quelle del “Maestro” dell’India, lo scenario visuale diviene piatto. Nella migliore delle ipotesi ci imbattiamo in decine di foto effetto “wow”, tutte uguali, che non raccontano nulla se non il già visto e rivisto.

Consiglio agli apprendisti fotografi di cimentarsi in luoghi più complicati, ovvero dove le situazioni e la vita quotidiana costringono ad andare oltre il già visto o visibile da chiunque.
Per molti versi anche a Palermo (mia città natale) ci sono molti fotografi che hanno sostato a lungo (o sono rimasti a vita) nel banale, scimmiottando altre icone fotografiche del passato… ma questa è un’altra storia.

Nelle due fotografie che ho allegato una è di McCurry, mentre l’altra è di uno dei tanti emulatori del McCurry “indiano”.
Probabilmente lo stesso McCurry in India non è andato oltre la superficie del “visibile da chiunque” e ha reso quella “normalità” appetitosa dal punto di vista estetico, per i gusti del tempo nel quale fotografava in quelle zone. Ergo, molta post produzione e costruzione dell’immagine, piuttosto che vera e propria narrazione documentaria. Ma a lui stava bene così, quindi anche a me, infatti lo apprezzo molto (al contrario degli snob della fotografia). Lui ha creato un genere, anzi è riuscito a divenire un vero e proprio fenomeno mediatico (nonostante non fosse certo il solo che nello stesso periodo faceva quel genere di fotografia.. ma anche questa è un’altra storia). Non a caso ancora oggi McCurry è emulato da moltissima gente.

Come si evince nelle fotografie più in basso la scena ripresa è uno dei tanti momenti quotidiani (treno con biciclette tra Nepal e India) in cui ci si imbatte in queste zone del mondo, quindi la scena è curiosa per noi europei (o da lungo tempo americanizzati), ma è banale per un qualsiasi abitante dell’India. Quindi il punto è: viene raccontato quel che per noi è folcloristico (inteso come aspetto pittoresco, quasi popolaresco, di un ambiente o di una situazione) ma che in India corrisponde a normalità. Ovviamente, non c’è nulla di male a raccontare quel che per noi è folcloristico, l’ho fatto spesso anche io. È normale, quando si giunge in un luogo nuovo la prima cosa che ci attrae è l’apparente diversità. Il problema quindi non è questo, ma piuttosto quando giungiamo in un luogo diverso dal nostro con un bagaglio di ideali e preconcetti visivi che ci spingono a diventare emulatori più che narratori.

Sfido chiunque – non sia già a conoscenza dello scatto – di riconoscere qual è la foto del “Grande fotografo” e qual è quella “dell’amatore”. Emulare le fotografie altrui, soprattutto con il digitale e in certi luoghi come l’India, è semplice. Raccontare visivamente la propria India (o qualsiasi altro “nostro” luogo) è ben altra storia. McCurry ha raccontato la “sua” India, voi cercate di raccontare la vostra. Come si fa? Prima di iniziare a fotografare in modo compulsivo alla ricerca di trofei visivi, entrate nella vita del luogo e trovate un percorso, il vostro, non limitatevi a ripercorrere le orme altrui. Imitare può essere una buona palestra per imparare, ma è pur sempre una strada già battuta (già vista).

© Valerio Bellone

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    5 Comments

  • Valerio Bellone
    29 August 2019
    Reply

    Non credo si possa davvero vedere chi ha atteso e chi no, nelle due foto mostrate come esempio.
    Talvolta devi prendere l’attimo al volo, altre volte, quando incontri un luogo interessante, devi attendere.
    In queste due foto, a mio avviso, è impossibile capire se uno dei due fotografi ha atteso, oppure no.
    Lo sguardo in camera dei soggetti talvolta è immediato, altre volte ti imbatti in persone distratte e puoi stargli davanti anche un’ora senza che ti notino (e spesso è meglio così, dipende dallo scopo fotografico).
    Ad esempio la capra sotto il treno (in una delle due foto), poteva essere di passaggio (allora era necessario cogliere l’attimo) oppure ferma lì al riparo dal sole. Difficile dire quindi chi ha atteso e chi no, solo chi ha fatto le fotografie può saperlo.

    Ho visto vari lavori fatti dagli asiatici qui in occidente. Direi che “fotografamo come noi” (in linea di massima), ovvero adoperano il proprio background culturale (con alcune volte un diverso senso estetico) ma lo sguardo è fisso sugli stereotipi.
    Ma, ovviamente, esistono le dovute eccezioni, da loro come da noi (grazie al cielo) 🙂

  • Mapi Rizzo
    29 August 2019
    Reply

    interessante punto di vista..si capisce tra le due foto chi ha atteso e chi no, perchè anche l’attesa è una componente fondamentale nelle foto di reportage. Sarebbe interessante trovare un fotografo asiatico che racconta invece l’occidente per capire cosa racconta di noi.

    • Valerio Bellone
      29 August 2019
      Reply

      Non credo si possa davvero vedere chi ha atteso e chi no, nelle due foto mostrate come esempio.

      Talvolta devi prendere l’attimo al volo, altre volte, quando incontri un luogo interessante, devi attendere.

      In queste due foto, a mio avviso, è impossibile capire se uno dei due fotografi ha atteso, oppure no.

      Lo sguardo in camera dei soggetti talvolta è immediato, altre volte ti imbatti in persone distratte e puoi stargli davanti anche un’ora senza che ti notino (e spesso è meglio così, dipende dallo scopo fotografico).

      Ad esempio la capra sotto il treno (in una delle due foto), poteva essere di passaggio (allora era necessario cogliere l’attimo) oppure ferma lì al riparo dal sole. Difficile dire quindi chi ha atteso e chi no, solo chi ha fatto le fotografie può saperlo.

      Ho visto vari lavori fatti dagli asiatici qui in occidente. Direi che “fotografamo come noi” (in linea di massima), ovvero adoperano il proprio background culturale (con alcune volte un diverso senso estetico) ma lo sguardo è fisso sugli stereotipi.

      Ma, ovviamente, esistono le dovute eccezioni, da loro come da noi (grazie al cielo)

      • Mapi Rizzo
        29 August 2019
        Reply

        Valerio Bellone si riguardando meglio è impossibile da capire, anche perchè non avevo visto bene l’animale sotto il treno, ma svelaci qual’è la foto di mcCurry, quella in alto immagino

        • Valerio Bellone
          29 August 2019
          Reply

          Mapi Rizzo, sì la foto di McCurry è quella di copertina, quella nella quale la gente guarda in camera; “il ritratto” per intenderci. 😉

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