Qualche volta mi imbatto in gallerie fotografiche di fotoamatori che mettono in risalto le fotografie realizzate in India. Quasi come se l’India fosse la palestra di ogni apprendista fotografo.

Fotografare in India è facile nel senso che le cose da notare (che saltano all’occhio) sono milioni. Ovvero tutta quella gamma di scene che per noi sono fuori dalla norma, rispetto a quello che siamo abituati a vedere giornalmente. Ma in realtà, proprio per questo motivo, fotografare in India è estremamente complesso. Andare oltre il banale, la superficie non è affatto semplice, in India come altrove.
Ricordo che una mia amica, che non era una fotografa e nemmeno aveva pretese di essere una semplice appassionata di fotografia, tornò dall’India con decine di fotografie “degne di nota”. Anche in quel caso con “degne di nota” intendo dire che aveva immortalato scene che destavano la nostra normale curiosità visiva.

Normalmente i fotografi che si recano in India, per portare a casa un po’ di trofei fotografici, tornano con la scheda di memoria piena di fotografie che potrebbero essere state fatte da Steve McCurry e molto spesso devo dire che sono fotografie “migliori” di quelle dello stesso McCurry. Ma c’è un “ma”. Tutte quelle foto prendono ispirazione da McCurry che è stato forse il fotografo (tra quelli conosciuti dai più) che per primo ha reso globalmente nota la vita da stada indiana.
In questo gioco di citazione fotografica continua, nel tentativo di costruire fotografie che superino quelle del “Maestro” dell’India, lo scenario visuale diviene piatto. Nella migliore delle ipotesi ci imbattiamo in decine di foto effetto wow, tutte uguali, che non raccontano nulla se non il già visto e rivisto.

Consiglio agli apprendisti fotografi di cimentarsi in luoghi più complicati, ovvero dove le situazioni e la vita quotidiana costringono ad andare oltre il già visto o visibile da chiunque.
Per molti versi anche a Palermo (mia città natale) ci sono molti fotografi che hanno sostato a lungo (o sono rimasti a vita) nel banale, scimmiottando altre icone fotografiche del passato… ma questa è un’altra storia.

Nelle due fotografie che ho allegato una è di McCurry, mentre l’altra è di uno dei tanti emulatori del McCurry “indiano”.
Probabilmente lo stesso McCurry in India non è andato oltre la superficie del “visibile da chiunque” e ha reso quella “normalità” appetitosa dal punto di vista estetico, per i gusti del tempo nel quale fotografava in quelle zone. Ergo, molta post produzione e costruzione dell’immagine, piuttosto che vera e propria narrazione documentaria. Ma a lui stava bene così, quindi anche a me, infatti lo apprezzo molto (al contraio degli snob della fotografia). Lui ha creato un genere, anzi è riuscito a divenire un vero e proprio fenomeno mediatico (nonostante non fosse certo il solo che nello stesso periodo faceva quel genere di fotografia.. ma anche questa è un’atra storia). Non a caso ancora oggi McCurry è emulato da moltissima gente.

Come si evince nelle fotografie più in basso la scena ripresa è uno dei tanti momenti quotidiani (treno con biciclette tra Nepal e India) in cui ci si imbatte in queste zone del mondo, quindi la scena è curiosa per noi europei (o da lungo tempo americanizzati), ma è banale per un qualsiasi abitante dell’India. Quindi il punto è: viene raccontato quel che per noi è folcloristico (inteso come aspetto pittoresco, quasi popolaresco, di un ambiente o di una situazione) ma che in India corrisponde a normalità. Ovviamente, non c’è nulla di male a raccontare quel che per noi è folcloristico, l’ho fatto spesso anche io. È normale, quando si giunge in un luogo nuovo la prima cosa che ci attrae è l’apparente diversità. Il problema quindi non è questo, ma piuttosto quando giungiamo in un luogo diverso dal nostro con un bagaglio di ideali e preconcetti visivi che ci spingono a diventare emulatori più che narratori.

Fotografare in India è facileSfido chiunque – non sia già a conoscenza dello scatto – di riconoscere qual è la foto del “Grande fotografo” e qual è quella “dell’amatore”. Emulare le fotografie altrui, soprattutto con il digitale e in certi luoghi come l’India, è semplice. Raccontare visivamente la propria India (o qualsiasi altro “nostro” luogo) è ben altra storia. McCurry ha raccontato la “sua” India, voi cercate di raccontare la vostra. Come si fa? Prima di iniziare a fotografare in modo compulsivo alla ricerca di trofei visivi, entrare nella vita del luogo e trovate il vostro percorso, non limitatevi a ripercorrere le orme altrui, che può essere una buona palestra per imparare, ma è pur sempre una strada già battuta (già vista).

© Valerio Bellone