La perfetta disubbidienza civile è una ribellione priva di violenza. Un perfetto oppositore ignora semplicemente l’autorità dello Stato. Diventa un fuorilegge che afferma di disprezzare qualsiasi legge di uno Stato immorale. Così, per esempio, può rifiutare di pagare le tasse, può rifiutare di riconoscere l’autorità nella sua vita quotidiana.
Mahatma Gandhi

Anche se preferisco far ridondare sul web nomi di Artisti contemporanei che fanno percorsi controcorrente voglio spendere qualche parola su un incontro al quale ho partecipato con Antoine D’Agata, fotografo della Magnum, nota agenzia di fotogiornalismo.
L’incontro con D’Agata mi invita a fare una riflessione sulla cultura dell’immagine del mondo contemporaneo ed i suoi protagonisti ancora ingabbiati dentro a vecchi schemi.

L’odio genera violenza; la violenza fomenta la paura; per suscitare paura bisogna creare uno shock; con lo shock si aumentano le vendite.
Con la paura si plagia l’opinione pubblica, facendola acconsentire alle guerre; con la paura si vendono armi, medicinali e vaccini. Le multinazionali distruggono il pianeta, accecando la gente con la paura. Con la paura si incoraggia la gente al nazionalismo, alla xenofobia e a tutta quella gamma di sentimenti che ci rendono emotivamente instabili, insicuri e vogliosi di barricate, che ostacolano la costruzione di una dimora collettiva della saggezza.
Attraverso questo stratagemma le economie imperialiste prendono il sopravvento sul mondo, tenendoci al guinzaglio, mentre mantengono il dislivello tra paesi ricchi e poveri, tra gente umiliata ed emotivamente distrutta e ipocriti ricchi.
In questo panorama come può un “artista”, che dice di voler scardinare il sistema con il suo lavoro, non avere la lucidità di capire che in realtà lo sta riverberando attraverso un’immagine dell’odio?
La violenza, Antoine D’Agata asserisce, può essere di stato e istituzionale o personale, ovvero quella legata alla propria sfera emotiva. Su questa apparente differenza della violenza D’Agata costruisce una visione fintamente sinistrorsa utile a giustificare la propria necessità egotica e la voglia narcisista di condividere la sua immagine di uomo brutale.
D’Agata mette quindi in scena un personaggio del quale in parte è ormai vittima, ma che gli è utile per un ritorno di notorietà e quindi anche monetario.

Antoine D'AgataLa violenza non ha sfumature, a prescindere da dove nasca: che sia di sistema o personale non importa. Si può anche provare a girare attorno al tema ma non esiste una violenza buona o cattiva, come D’Agata cerca di affermare.
Alcune “sue” fotografie sono scattate dai suoi soggetti mentre lui si diletta in pratiche, quanto meno discutibili. Con queste foto D’Agata dice di contestare l’immagine patinata. Ma allo stesso tempo mette in scena un “grande fratello” violento che a mio avviso propone un egual sottocultura o, se è possibile, una persino peggiore.
Quindi, a prescindere da come venga raccontata la storia, D’Agata mostra odio che si trasforma in paura, con tutto quello che ne consegue nella nostra società.
La violenza è violenza, non ha colore politico o aurea più o meno poetica e ritengo che il lavoro del fotografo poteva essere, in qualche modo, sovversivo trenta o quarant’anni fa. Oggi sarebbe sovversivo provare a proporre sentimenti d’amore e unione, dato che nell’era del web i filtri sono scomparsi.
Internet è ormai un immenso contenitore, fruibile da chiunque, fatto di video, foto e racconti sulla violenza: fustigazioni, lapidazioni, fosse comuni, bambini dilaniati dalle bombe, impiccagioni, teste tagliate e quanto di peggio l’animo umano sappia mettere in scena nel teatro dell’orrore.
Non c’è più nessuna novità nell’odio, lo conosciamo e sappiamo ormai in modo abbastanza chiaro quanto l’essere umano possa essere poco umano. Basta aprire un motore di ricerca e digitare parole come “sex”, “addiction” o qualsiasi altro termine legato ai temi affrontati da D’Agata.
La società dei tabù è finita da un pezzo, oggi i tabù sono solo un argomento da passatempo per radical chic annoiati.
Il tabù un tempo aveva una funzione sociale importante e contenitiva, quando non era usato come mezzo oppressivo della libertà personale. Ma D’Agata non si è accorto che i tabù sono stati messi ormai al bando.
Gli adolescenti oggi si alcolizzano, uccidono, fanno stupri in branco, mischiano sostanze tossiche di ogni sorta, confondono realtà e finzione ed il tutto lo filmano con gli smartphone.
I bambini soldato africani giocano accanto ai cadaveri impiccati e sorridono mentre vengono immortalati, ed i soldati NATO scattano foto ricordo dopo aver torturato e sodomizzato i prigionieri di guerra.
Ma davvero c’è ancora qualcuno convinto che le immagini di violenza create da D’Agata o chi per lui, qualsiasi sia la loro “estetica” o “intenzione”, possano sortire un effetto sovversivo nei confronti di una società, ridotta ad uno stato umanamente così misero?

Se un “artista” ha la necessità di affrontare le proprie frustrazioni interiori e i propri demoni, abbia il coraggio di affermare: “io ho questa necessità e pur di farlo uso il video, la foto o qualsiasi altro sistema che mi serva a sublimare”. Se si trattasse di questo sarebbe più che accettabile, perché il lavoro del fotografo sarebbe epurato da un’ipocrisia utile solo a giustificarsi.
Un’ipocrisia che emerge fortemente ascoltando affermazioni come: «stare nell’agenzia Magnum mi serve per distruggerla dall’interno». Affermazione quantomeno imbarazzante. Vorrei capire a cosa dovrebbe servire “distruggere” un’agenzia fotografica che è stata contenitore di alcuni tra i più interessanti fotografi della storia. In realtà è ovvio che si tratta di un’affermazione utile a rimarcare la sua attitudine da personaggio fintamente ribelle che è di gran moda nella nostra società adolescenziale e ignorante.
La Magnum deve fare profitto per sopravvivere. Se le foto di D’Agata si dimostrassero davvero sovversive dubito che sarebbero acquistate e di conseguenza il fotografo non starebbe dentro l’ormai istituzionale Magnum. Altro che essere sovversivo!
Invece D’Agata qualcosa vende perché è allineato ad un sistema, ad una società tornata ad una fase incolta, che premia la visione di un finto ribelle. Una falsa ribellione egotica che non considera le ripercussioni del proprio agire e soprattutto non ha alcun rispetto dei propri soggetti – nonostante l’autore sostenga essere senzienti e consapevoli. Certo, è facile che una vittima del nostro tempo, umiliata e priva di amor proprio, sia senziente. Ma chi è stato portato a non amarsi, non ha nessuna consapevolezza reale del sé e nessuna capacità di essere senziente. Se inoltre quel soggetto è sotto l’effetto di droghe nemmeno c’è bisogno di rimarcare il concetto. Quindi nulla più di fotografie che riducono le persone in pezzi di carne ulteriormente violentate dal mondo feticista e voyeur dell’immagine anti-etica del nostro tempo.
Proponendo a queste persone un’immagine del sé umiliata, le si lascia nel proprio abisso di dolore. Ma il fotografo “ribelle” contemporaneo, per assecondare il proprio egoismo, è disposto a schiacciare chiunque, senza nessuna capacità di immedesimazione nell’altro. E non è affermando: «io faccio la stessa vita dei miei soggetti» – cosa da dimostrare – che si può rimanere puliti.

C’è ancora qualcuno convinto che immagini di questo tipo possano avere una forza scardinante nel periodo storico che viviamo?
Questo tipo di fotografie generano soltanto un momentaneo turbamento che va in direzione opposta ad una costruzione sana del pensiero, dello spirito e della materia.
Chi domina il mondo ha trovato un sistema più subdolo del dare fuoco ai libri, come facevano i nazisti. Si sono accorti che i sentimenti rimbalzano; soprattutto quelli legati alle paure, che ci toccano più profondamente e sono quindi più facili da veicolare. Questa idea è diventata il “migliore” stratagemma per avviare un processo oscurantista che lascia filtrare solo la parte peggiore dell’essere umano, facendo crescere i demoni che ognuno di noi ha dentro. Il modello purtroppo pare aver inghiottito tutti, anche quei “fotografi” che si propongono come narratori ribelli.

© Valerio Bellone