Adeguarsi al mercato dell’orrore della “fotografia shock” significa stare nella barricata opposta all’etica.




Nel 1957 Roland Barthes scrive, a proposito di una mostra di fotografia shock alla Galleria d’Orsay: «La maggior parte delle fotografie qui raccolte al fine di sconvolgerci non ci fanno alcun effetto, appunto perché il fotografo si è sostituito troppo generosamente a noi nella formazione del suo soggetto: quasi sempre ha supercostruito l’orrore che ci presenta, aggiungendo al fatto, per contrasti o accostamenti, il linguaggio internazionale dell’orrore. (…) Ora nessuna di queste fotografie, troppo abili, riesce a toccarci».

Il suo pensiero trovo sia attualizzabile, considerando molti dei reportage fotografici realizzati da note firme dell’odierno panorama foto-giornalistico. Nemmeno i grandi drammi della storia contemporanea sembrano salvarsi dagli stereotipi. Lo sguardo fotografico è sempre simile così come le immagini, i luoghi e i soggetti talvolta appaiono come appartenenti al medesimo ed anonimo tragico spettacolo.
La straordinaria possibilità di raccontare il reale, se pur filtrato dalla sensibilità del fotografo, dov’è finita?
L’immedesimazione viene a mancare, le fotografie non si interiorizzano, non fanno riflettere, se non sull’abilità del fotografo che le ha scattate. Poco importa se lo scatto è realizzato come a voler significare una testimonianza oggettiva, perché nasconde solo un narcisismo di fondo.
Questo accade non perché la morte, le ferite, la perdita, indipendentemente da come ci raggiungano, siano comunque una tragedia e quindi visivamente accostabili, ma perché viviamo un’epoca nella quale l’importante è arraffare quanto più possibile. Non ci si può fermare a riflettere perché si rischia di perdere qualcosa o di non portare a casa qualche meritato trofeo di caccia.
Diventando le fotografie dei trofei, i fotografi si sono trasformati in cacciatori, talvolta persino in bracconieri, perché si spingono ove non dovrebbe essere concesso. Oltre certi limiti non si testimonia nulla, si offende soltanto la dignità di chi è stato già abbondantemente umiliato.
Ma perché spesso le fotografie, che oggi vengono globalmente riconosciute come scatti elitari, sono sempre più offensive?
Nell’epoca del digitale, forse non poteva che finire in questo modo. Oggi fotografare è facile, lo possono fare tutti e con i mezzi più disparati, quindi i nuovi professionisti dell’immagine, hanno trovato, nella spettacolarizzazione della tragedia, un modo per riaffermarsi come categoria ed élite di settore. Anche a costo di montare ad arte notizie e storie, sfruttando soggetti spesso inconsapevoli, o peggio, indifesi e inermi.
In un mondo culturalmente diseducato attraverso la TV, dove “vinci” con l’arroganza e se gridi più forte degli altri, non si poteva che partorire generazioni pronte a vendersi anche l’anima pur di arraffare qualcosa.
In questo panorama, come potrebbe mai essere immune il modo di osservare e quindi di fotografare? Non essendoci più tempo per riflettere bisogna dare in pasto allo spettatore uno shock, un’immagine che attiri l’attenzione e venga ingurgitata e digerita entro un breve lasso di tempo. Non bisogna pensare ma solo sgranare gli occhi l’istante prima dell’inizio di uno spot pubblicitario.
Dal Colosseo dell’antica Roma ad oggi sembra non sia cambiato un granché, la gente vuole essere intrattenuta ancora con il sangue e molti sono ancora disposti a fornirgli questa merce..
Purtroppo qualsiasi ambito umano è caratterizzato da due categorie di persone: quelle disposte anche a perdere notorietà pur di mantenersi sulla strada del rispetto della vita altra e quelle pronte a tutto, pur di arrivare in cima alla piramide sociale ed economica del nostro tempo.