Mare di Terre (2012)

Descrizione della serie fotografica

A metà percorso dell’autostrada che porta da Palermo e Catania, la A19, comincia il mio viaggio nel tempo alla scoperta di panorami dimenticati. Durante la mia traversata le immagini che catturo dall’autovettura in corsa raccontano la vecchia Sicilia rurale, un mare fatto di terre, campi coltivati e colline isolate, che cambia colore con il passare delle stagioni, scolpendo nel tempo, attraverso le ombre, corpi di natura addomesticata sempre diversi. Lungo questo percorso ritrovo l’identità dei paesaggi noti a chi visse la Sicilia dell’entroterra sino al 1950, prima del boom economico, vicini e tangibili a quelli che fecero da cornice a molti scatti di Robert Capa durante la guerra nel 1943.

 


 

A CIELO APERTO

di Marcello Faletra

Viaggiare implica un totale coinvolgimento dei sensi. Entusiasmo, stupore, sorpresa, sono lì a fiancheggiare l’occhio nelle sue vicissitudini. E si sa che l’occhio non ha fissa dimora. Il suo crimine? Essere sempre tentato dal fuori. L’occhio eccede sempre il corpo che lo ospita. E la fotografia è l’artificio col quale un fotografo oggettiva ogni eccesso.

Così di fronte al paesaggio – ma anche di fronte alla natura la dove essa ancora sopravvive – di fronte alle distese spaziali che separano le due estremità della Sicilia, distese riprese “al volo”, si direbbe, da un’auto, si ha la percezione di un’infinita riserva spaziale incontaminata dalla brutalità urbana. Spazi abitati da dolci declivi, distese dove riecheggiano lontananze nostalgiche, frammenti di colline che suggeriscono rotondità mistiche. Tutto un paesaggio che è l’icona rimossa dell’immaginario urbano popolato da spazi a-prospettici, senza più un luogo dove possa fissarsi una memoria.

Queste foto di Valerio Bellone raccontano un paesaggio senza tempo che abita nell’immensità delle colline che precipita a capofitto lungo l’autostrada. E a volte la inghiotte. Ma raccontano anche della monumentalità geologica della Sicilia; dunque del suo tratto metafisico, opposto all’escrescenza frastagliata che connota il paesaggio alpino. Sono, forse, questi dolci rilievi a offrire l’idea migliore di quello che è ed è stata una cultura contadina. Sequenze di linguaggi antropologici cristallizzati nelle rotondità delle alture, frutto di erosioni ineluttabili, sedimentazioni millenarie, la cui trasversale profondità geologica, affiora nella superficie dell’immagine fotografica. In queste fotografie di paesaggi, geologia e metafisica convergono nello stesso punto: si tratta dell’occhio che coglie in un baleno tutta l’infinità di una lirica della natura trasformata in paesaggio che si effettua a cielo aperto.
E dal momento che queste foto sono state scattate a velocità durante un viaggio tra due città, come non pensare che proprio nella velocità si realizza, non solo nella fisica, ma anche nello sguardo, la creazione di oggetti puri.

Perché ogni oggetto puro, cancella i riferimenti territoriali. Risale il corso del tempo per annullarlo.

La rapidità dello scatto fotografico amplificato dalla velocità dell’auto, annulla ogni causa materiale di quel paesaggio – ogni antropologia materiale – per celebrare l’effetto sulla causa, l’apparenza fulminea in quanto tale. Con le parole di Roland Barthes, si direbbe che ci troviamo di fronte a un messaggio senza codice, che rivela tutta la verità delle superfici, che danzano davanti all’occhio in transito del viaggiatore.

La loro esistenza ci arriva oltre la violenza della profondità della storia.

Continua a leggere
Condividi
Commenta con Facebook
Total: