Karen Village

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Starting in the ’80s, families of the tribes of Kayah/Padaung (Karen ethnic), known for women from the “long-necked” or “giraffe women”, after the war broke out with the military regime in Burma (present Myanmar), they refuge in the neighboring province of Mae Hong Son, northern Thailand, close to the border. A very painful decision, made necessary by the violations of the human rights perpetrated by the Burmese military regime.
A small group of families was welcomed by the Thai government in a refugee camp, now known as the Karen Village.
On the run from the cruelty of the Burmese regime, the families found in this settlement a welcome by the inconvenient results.
Once they arrived in Thailand, the ancient custom of neck rings, originally created as a defense against tigers and become a costume with time, it became an easy way to make money for the managers of the camp.
At the entrance of the camp, even today, there is a ticket of 400 baht (about 10 Euro) and the families are forced, especially the women, to sell souvenirs to survive.
With the loss of their homeland and the original traditions, the research of a new identity by the younger girls is being held back by those who derive profit from a practice that has now lost the original meaning.
Over the past 30 years, this group of families has gone from being a refugee to that of tourism “slaves”. A family dimension halfway between forced tradition and a desire of change, pending a real freedom.

 


 
Testo in italiano

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A partire dagli anni ’80 alcune famiglie delle tribù Kayah/Padaung di etnia Karen, conosciute per le donne dal “collo lungo” o “donne giraffa”, in seguito alla guerra scoppiata con il regime militare birmano (nell’attuale Myanmar), si rifugiarono nella vicina provincia di Mae Hong Son, nella Thailandia nord occidentale, in prossimità del confine. Una decisione molto sofferta, resa necessaria dalle violazioni dei diritti umani perpetrate dal regime militare birmano.
Un piccolo gruppo di famiglie fu accolto dal governo thailandese in un campo profughi, oggi noto come Karen Village.
Una volta arrivati in Thailandia, l’antica usanza degli anelli al collo – creata anticamente come difesa dalle tigri e diventata con il passare del tempo costume delle tribù Kayan/Padaung -, divenne per i gestori del campo un modo per lucrare grazie ai turisti.
Ancora oggi all’ingresso del campo si paga un biglietto di 400 baht (circa 10 Euro) e le famiglie, soprattutto le donne, sono costrette a creare e vendere souvenir per sopravvivere.
Con la perdita della propria terra madre e delle tradizioni originali, la ricerca di una nuova identità da parte delle ragazze più giovani è frenata da chi guadagna su un’usanza che ormai ha perso il senso originale.
Negli ultimi 30 anni questo gruppo di famiglie è passata dalla condizione di profughi a quella di “schiavi” del turismo. Una dimensione familiare a metà strada tra tradizione forzata e voglia di cambiamento, in attesa di una definitiva libertà.

Year
2012
Location
Karen Village (Thailand)
Photography
© Valerio Bellone

2019, © Valerio Bellone
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