Lo spot Nike # Dreamcrazier è un insulto alle donne e uno schiaffo alla verità

8 September 2020

Dopo decenni di maltrattamenti e abusi su donne, bambini e uomini, dentro e fuori dalle proprie fabbriche, la Nike fa un inno all’emancipazione delle donne, dichiarando – visivamente – di averle sostenute in questa battaglia di libertà.

“L’unica cosa da “dream-crazier” (sognatore folle) di questo spot Nike è che, per cadere nella trappola pubblicitaria, bisogna aver sognato una storia che non è mai esistita.”

Come dimostra lo spot Nike intitolato Women Dreamcrazier, alle donne non è stata concessa alcuna emancipazione, per amore delle pari opportunità, nel mondo occidentale.

Le pari opportunità odierne, nella parte di mondo più ricco (o sulla strada della crescita economica), sono state imposte dal mercato. Nel momento in cui le aziende, figlie del capitalismo (consumista), hanno compreso che le donne potevano essere consumatrici voraci e, il più delle volte, tristemente incosapevoli, queste sono state “liberate”; libere di acquistare beni di inutile consumo. Questo spot lo palesa ed evidenzia.

Per nascondere qualsiasi verità alle masse non serve altro che spiattellarla in faccia a tutti. Mentre gli spettatori, ammaestrati, guardano affascinati lo spot che gonfia l’ego delle donne – con i ridondanti stereotipi del “vincente”, del “vincere” e dell’essere il “migliore” – il guinzaglio dell’ignoranza è sempre più stretto sul collo delle libertà di tutti, donne e uomini, e sulle vere opportunità dell’esistenza che ogni essere umano merità. In primis, l’opportunità del sapere.

Nel 1996 fa il giro del mondo la foto del periodico Life che mostra un bambino pakistano intento a cucire un pallone da calcio Nike con marchio FIFA.

Nel 1997, mentre le donne del mondo ricco si emancipavano, indossando le scarpette Nike, i bambini perdenti, figli di altre donne e uomini perdenti di India, Vietnam, Cina e Indonesia, erano impiegati dalla Nike in condizioni disumanizzanti.
Nel 2000 a ridosso dei giochi olimpici di Sydney la Nike venne citata in giudizio per la violazione della legge che proibisce il lavoro a domicilio. Durante gli stessi giochi olimpici due attivisti americani si trasferiscono in un sobborgo di Jakarta (India) per condividere la vita degli operai della Nike, salario compreso. Rientrarono a casa dopo due mesi, affamati e notevolmente sottopeso (avevano perso 8 chili lei e 11 chili lui).

Sempre nel 2000, mentre le donne occidentali guadagnavano l’agognata “libertà” di mostrare le griffe sportive sui propri corpi “vincenti”, ben 10.000 bambini erano sfruttati per cucire i palloni da calcio di Euro UEFA 2000. (Vedi lo studio della ONG olandese India Committee of the Netherlands)

NON SIAMO MACCHINE

(Fonti: www.cleanclothes.org e www.otromundial.org)

Questa fu un’indagine del 2002 basata su una serie di interviste a lavoratori e lavoratrici di 4 fabbriche che producevano per la Nike e l’Adidas, fra cui la Nikomas, una fabbrica che impiegava (al tempo) 24 mila persone. Nike possiedeva 11 fabbriche in Indonesia che producevano fra i 45 e i 55 milioni di paia di scarpe all’anno.

Sebbene rispetto all’indagine precedente (2000) sembrava che le condizioni sul posto di lavoro fossero migliorate, i dipendenti dichiaravano di lavorare un minimo di 60 ore alla settimana e le donne, “le woman dreamcrazier di Nike”, ricevevano ancora umiliazioni verbali e fisiche, oltre a insulti e molestie sessuali.
I dipendenti temevano ancora che impegnandosi nel sindacato, si poteva correre il rischio di essere licenziati, aggrediti fisicamente o arrestati. Alcuni casi suffragavano queste paure. Un esponente sindacale della Nikomas ricevette minacce di morte dopo aver organizzato uno sciopero.

Salari
Uno dei dati più sconvolgenti che emergevano dall’indagine è che i lavoratori e le lavoratrici delle fabbriche indonesiane di Nike e Adidas vivevano ben al di sotto della soglia di povertà. Nonostante gli aumenti fissati dal governo per far fronte ai rincari dei beni di prima necessità, provocati dalla crisi economica e dall’inflazione, il salario minimo legale era largamente insufficiente. E lo era anche facendo straordinari. Con un salario minimo di 2 dollari al giorno si viveva al di sotto della soglia di povertà. I lavoratori erano costretti a prendere soldi in prestito per sopravvivere. Chi aveva figli era costretto a separarsene, a mandarli presso parenti nei villaggi per poterli rivedere solo tre o quattro volte all’anno.

Salute e sicurezza
I lavoratori e le lavoratrici dell’industria calzaturiera erano esposti a rischi per l’inalazione di sostanze tossiche. Un’indagine condotta dalla stessa Nike nel 1997,  tenuta nascosta ai media, riferiva di livelli di esposizione al toluene in alcune fabbriche vietnamite, molto al di sopra dei limiti di legge. Le aziende, al contempo, rifiutavano persino di fornire scarpe di sicurezza, ritenute troppo costose.
Gli incidenti sul lavoro – persone che perdevano le dita negli ingranaggi delle macchine – si verificavano circa 5-6 volte all’anno fra i 24 mila lavoratori della Nikomas.

La legge indonesiana consentiva alle donne di assentarsi per due giorni senza retribuzione nel periodo del ciclo mestruale, ma in alcune fabbriche erano costrette ad umilianti verifiche corporee e quindi preferiscono rinunciarvi.

Testimonial
Nata alla fine degli anni Sessanta, Nike è stata ed è l’azienda  leader nel mercato mondiale dell’abbigliamento e delle scarpe sportive. Ha lanciato il mito dell’atleta testimonial del valore di milioni di dollari. Sono molti i campioni noti del passato a essere stati testimonial di Nike: il giocatore di basket Michael Jordan (20 milioni di dollari all’anno), il campione di tennis Andrew Agassi (100 milioni di dollari per 10 anni), il campione di golf Tiger Woods (20 milioni di dollari all’anno). Si è calcolato che la sponsorizzazione di Tiger Woods sarebbe bastata per pagare il lavoro di 40 mila lavoratori cinesi.

Approfondisci (è bene sapere)

LA “SVOLTA”

Nel 2005, non potendo più tenere nascoste le condizioni disumane dei propri lavoratori, la Nike confessò: “Sì, sfruttiamo i lavoratori”. (Articolo uscito sulla Stampa il 14 aprile 2005)
Dopo nove anni di critiche sulle condizioni di lavoro nei suoi stabilimenti all’estero, La Nike rivelò per la prima volta quali e dove erano localizzate le fabbriche – oltre 700 impianti produttivi sparsi nel mondo – da cui si riforniva, ed ammesse che in alcuni stabilimenti i lavoratori subivano vessazioni come l’impossibilità di bere, di fare uso dei bagni e dell’obbligo degli straordinari. Approfondisci (è bene sapere)

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