Timeline in Jamaa el Fna

13 June 2014

Talvolta gli errori o le difficoltà possono portare a idee che fanno scaturire nuove consapevolezze o riflessioni che vanno oltre la circostanza di un determinato momento. È il caso di questa serie fotografica che realizzai a Jamaa el Fna, la nota piazza storica di Marrakech in Marocco.

Ero arrivato da pochi giorni a Marrakech e, come molti altri prima di me, ero stato affascinato dalla centrale piazza storica della città, Jamaa el Fna. Questa definiva il caos cittadino a partire dal tramonto.
Tutto in quel luogo era tanto: luci, colori, suoni e odori. Un miscuglio di cibo da strada, danzatori, musicisti, venditori di souvenir, stregoni, incantatori di serpenti, carretti e cavalli, ammaestratori di scimmie, cantastorie e gli immancabili turisti mordi e fuggi.

Sin dal mio primo giorno in Marocco mi ero scontrato con una difficoltà che non avevo mai incontrato precedentemente in altri luoghi, l’ostilità degli abitanti locali nei confronti della fotografia. Un astio che sembrava attivarsi solo nei confronti del fotografo viaggiatore autonomo, privo di un gruppo organizzato o di una guida locale. Nei giorni precedenti mi era successo di essere più volte aggredito sia verbalmente che fisicamente per aver fotografato normali scene di vita quotidiana lungo le strade.

© Valerio Bellone

Intimidito e sconfortato da questa situazione cercai un modo per catturare le immagini che mi interessavano senza dare troppo nell’occhio. Così decisi di nascondere la macchina fotografica sotto una sciarpa. Questa modalità però mi costringeva a fotografare senza guardare in camera, costruendo quindi delle inquadature a istinto. Il primo scatto che realizzai in questo modo fu quello che diede inizio al tutto. Infatti sorse in me una piccola illuminazione nata da un errore fotografico nel settaggio dei tempi di scatto. Avendo impostato per sbaglio un tempo di scatto lungo, la prima foto che avevo scattato a Jamaa el Fna venne particolarmente mossa.

Guardando sul monitor della fotocamera quello che avevo appena immortalato, si accese in me la consapevolezza che sino a quel momento mi ero vincolato a un’idea stereotipata di fotografia, ovvero come strumento utile a cristallizzare il tempo di un evento, di una persona o di un luogo in qualcosa da rendere eterno.
La riflessione che feci a quel punto è che di eterno non vi è nulla, se non l’illusione di noi esseri umani di trovare soluzioni evolutive e tecniche che ci donino l’eternità. Ma nei tempi del cosmo, nel quale siamo inseriti con il “nostro” piccolo pianeta, i fragili corpi mortali dei quali siamo muniti – e tutta la presunzione umana di essere capaci di fare cose grandi e indimenticabili – si esauriscono nello stesso tempo di un battito del cuore.
Tra milioni di anni non esisterà più nessuno che ricorderà l’umanità e quel che ha fatto. Questa idea potrebbe sembrare nichilista e disincentivante ma questo è vero solo se ci si limita a pensare l’esistenza in modo materiale e corporeo.
Come praticante di taichi ho guadagnato la consapevolezza che il tempo fisico-materiale è qualcosa sul quale noi umani abbiamo eccessive aspettative, limitati da quel che è tangibile per la nostra mente razionale, più che dai nostri sensi estesi.

Con questa ideea chiara nela mia mente decisi di continuare a fotografre con dei tempi di scatto lunghi, così da caturare i movimenti, miei e delle persone che mi circondavano, come diluiti nel tempo più che fissati in uno specifico momento di una presunta timeline (linea temporale). Fotografie che sono oggi il mio umile invito artistico a riflettere sul fatto che siamo di passaggio. Di fatto viviamo in un eterno presente con il nostro corpo mortale. Il passato è utile a riflettere su quel che possiamo migliorare nel presente e il futuro è utile per dare una via al nostro presente che rimane in continuo mutamento. Dovremmo imparare a vivere senza ossessiva aspettativa, ansia e malinconia, godendo del momento attuale, l’unica cosa che davvero ci appartiene, qui ed ora, quanto più possibile.

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