Valerio Bellone - Photography

Muay Thai

The photos are a low-resolution to speed up web viewing.

Anno di realizzazione – 2012

Luogo – Thailandia: Bangkok, Chiang Mai, Koh Samui.

Nota – Le immagini sopra mostrate sono soltanto una raccolta in rappresentanza dell’intera serie che comprende 80 fotografie.

Racconto

Nel 2012 mi trovai per la terza volta in Tailandia durante una fermata che feci di ritorno dall’Australia. In quella occasione in tasca avevo una fotocamera digitale amatoriale, una Sony Nex-5N e un paio di vecchi obiettivi di qualità mediocre con messa a fuoco manuale. Nonostante la scarsa attrezzatura – si fotografa con quel che si ha – decisi di fermarmi in Tailandia per raccontare la storia dei combattenti di Muay Thai, quella che ormai è nota a tutti come boxe tailandese.
Al tempo gli sport da combattimento come la Muay Thai erano già ampiamente praticati in tutto il mondo ma non avevano raggiunto la fama odierna che oggi si è raggiunta grazie all’MMA. La Muay Thai stessa era ancora uno sport e un business che in Tailandia aveva coinvolto gli occidentali solo in minima parte.
Nel 2012 era già da un po’ di tempo che volevo fare un racconto fotografico sulla Muay Thai, questo per due motivi. Il primo era legato alla mia vecchia passione per le arti marziali e il secondo era legato al mio amore per il popolo tailandese e per le sue tradizioni. Prima che la Muay Thai venisse inquinata dal dio denaro era certamente qualcosa che in Tailandia poteva essere definita una pratica tradizionale. Ancora adesso in Tailandia ci sono tante piccole scuole che portano avanti una tradizione legata al passato ma a onor del vero ormai tutti hanno in mente il denaro, anche a causa dei social network, e questo “sporca” la pratica per come la si intendeva in passato. Oggi il livello tecnico è sicuramente salito, ma è raro trovare “cuore” in un combattente.

A ogni modo, il mio lavoro si concentrò principalmente presso il vecchio e famoso stadio Lumpinee a Bangkok che venne realizzato nel 1956 e che ben presto divenne per i tailandesi il simbolo della Muay Thai moderna/sportiva.
Frequentai così tanto questo stadio che iniziarono a riconoscermi e a lasciarmi passare ovunque, sino al punto da non farmi pagare il biglietto all’ingresso. Mi facevano entrare e permanere anche in infermeria, negli spogliatoi e all’angolo accanto all’allenatore. Sicuramente al tempo gli sarà sembrato strano, e allo stesso tempo divertente, che un occidentale aveva tutta questa passione fotografica per la boxe tailandese.
Completai questo racconto per immagini frequentando anche alcune palestre  di Muay Thai e alcuni piccoli ring nella città di Chiag Mai e Koh Samui.
Quando rientrai in Italia rimasi abbastanza deluso dal lavoro realizzato. Non perché non mi piacessero gli scatti ma perché l’attrezzatura con i quali li avevo fatti non mi aveva consentito di avere immagini di una qualità che fosse per me soddisfacente. Da quel momento sono passati 12 anni (nella data odierna del 2024) e i software per la post produzione delle fotografie digitali hanno fatto un notevole passo in avanti, quindi ho potuto fare un nuovo editing delle fotografie che mi fa essere più soddisfatto. Grazie a queste fotografie mi si riaccendono molti dei ricordi legati a quel periodo.

Da un punto di vista dei momenti tecnici legati agli scatti fotografici, la scarsa attrezzatura, gli obiettivi a messa a fuoco manuale, il mirino digitale a pozzetto di qualità non certo eccelsa – soprattutto se comparto a quelli esistenti oggi – e la scarsa luce degli ambienti nei quali fotografavo mi costrinsero a mantenere la concentrazione sempre estremamente elevata durante la realizzazione di ogni fotografia. Al contempo dovevo essere molto veloce nella messa a fuoco manuale in situazioni che si svolgevano ad alta velocità e, ripeto, con luce scarsa – un aspetto che mi costrinse a tenere gli ISO sempre tra 1600 e 3200.
Ogni difficoltà che incontrai nel fotografare si rivelò una fortuna. L’attenzione che mantenni sempre elevata sulle scene, mi obbligò a fare quello che Henri Cartier-Bresson definì, parafrasandolo, l’allineamento tra cuore, mente e occhio. Probabilmente non è un caso se questo mio lavoro, sebbene sotto molti aspetti non del tutto maturo fotograficamente, fu uno di quelli nei quali riuscii a non essere solo un testimone ma anche un partecipante alle azioni nelle quali mi trovavo. Il grande Robert Capa diceva “se non è venuta bene [una fotografia], significa che non eri abbastanza vicino”. Io posso dire che durante la realizzazione di queste foto mi misi nella condizione di essere ben più che vicino. Ho vissuto ogni attimo come uno spettatore, uno scommettitore, un allenatore, un medico e un combattente. La Muay Thai, i suoi suoni e i suoi odori mi entrarono dentro come se facessi parte di quell’ambiente da sempre. Ancora oggi ne ho un ricordo molto vivo.

L’attrezzatura fotografica digitale odierna, soprattutto quella più professionale, è talmente efficiente da essere quasi “autonoma”, questo spinge lontano dalla scena il fotografo, soprattutto da un punto di vista emozionale. Oggi si può fotografare a raffica con una messa a fuoco automatica sempre perfetta, così da fare la gran parte del lavoro durante la scelta successiva delle fotografie. Praticamente si “fotografa a caso” e poi si sceglie tra le migliaia di foto realizzate.
A essere onesti questo però non è fotografare dato che questa modalità la potrebbe adottare anche un robot. La fotografia ha dei tempi che sono umani e non da intelligenza artificiale. Se non si entra nella vita di quel che si sta raccontando tutto il sapore dell’essere un fotografo viene certamente meno e probabilmente questo in qualche modo passa anche nelle fotografie in sé che diventano fredde e distaccate come lo è il fotografo stesso al momento dello scatto.

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